Spazi rotanti
1. Esistono spazi fisici e metafisici, classici e quantici, chiusi e aperti, compatti e diffusi, vissuti in stato di veglia oppure fantastici-onirici. Lo spazio in sé, còlto sia come apriori mentale sia come manifestazione cosmica primaria, non smette di generare luoghi. Forse lui stesso è l’Arciluogo, al servizio di topiche consce e inconsce.
Gli spazi-territori, là dove qualcosa succede, hanno indiscutibilmente connotazioni epocali. Non di rado sono tormentosi e disorientanti, tanto nella realtà quanto nella loro trasfigurazione letteraria e figurativa: le bolge dantesche, le carceri piranesiani, gli ospedali-mattatoi della scrittrice americana Joyce Carol Oates, e via dicendo. Spesso vi scorrono forze che sembrano sfuggire al principio umano di selezione, forze che hanno piuttosto a che fare con i rituali devastatori della storia e del tempo in quanto tali.
spazio afflitto
le dolenti antigeometrie dell’oggi
disegnate nei crolli,
nel supplizio delle case
ci mutano in punti derelitti
là sulla striscia
che si specchia nel vuoto
la mosca nera con la sua ossessione
vola per l’ennesima volta
irredimibile
si fa la spianata
da dure antenne l’insetto
versa escrementi solari
pentole esplodono
in una lunga valle di sparizione
vaiolo terrestre cammina
al passo
con i Salmi più angustianti(1)
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1. V. Gilberto Isella, spazio afflitto, con incisione di Loredana Müller, Ed.Areapangeart, 2025
Siamo a Gaza. È come se lo spazio fisico-poetico si dilatasse a dismisura, sull’onda del male. Al centro un punctum dinamico e ossessivo, che sovrasta una miriade di puncta ‘derelitti’ pressoché invisibili, ossia tutti noi: ha le parvenze di una “mosca nera” meccanica e persecutoria. Missile, drone, ma guardando a fondo potremmo pensare a un abietto messaggero di disiscrizioni o disinvestimenti di tipo ontologico. Il processo in atto, nella sua concretezza, è comunque sufficiente per sovvertire le coordinate omogenee e ‘indifferenti’ dello spazio geografico reale, sottoponendolo al regime dell’eterogeneo, come direbbe Georges Bataille. Lasciandolo fluttuare, nel caso specifico, in un altro-da-sé nefasto. Vi agiscono, oltre che la mente programmatrice, sconosciuti impulsi tesi a cancellare con violenza il diritto del singolo a vivere la propria casa-linguaggio nel segno dell’abitare autentico.
2. Tali forze deleterie, dietro le quali la nostra presenza è subdolamente inabissata, paiono agire in perfetta autonomia in una delle opere creative più singolari dedicate allo spazio carcerario. Si tratta delle sedici incisioni denominate Carceri d’invenzione di Giovanni Battista Piranesi. “Capricci” surreali posti sotto enormi volte, e dove in base a princìpi iterativi si succedono scale a chiocciola, ponti, torri rotonde, cordami, robusti anelloni metallici, cancelli e altri elementi a un primo sguardo rigorosamente interdipendenti (icastico anticipo dell’odierna sindrome da iperconnessione?) ma che in realtà allestiscono un groviglio di prospettive anarchiche e disorientanti. Qui, infatti, luci e ombre alternate confermano l’istanza di un labirinto totale e irriducibile. Uno spazio paranoico, che non reggerebbe senza quella infida sequela di cinghie di trasmissione al suo interno.
Queste carceri non ospitano prigionieri, sono vuote; è il dispositivo architettonico, il suo ‘spirito’ macchinico a dettar legge. Nel registro, dunque, di un paradosso – deferito da Piranesi alle risorse dell’invenzione - la cui enigmatica simbologia condizionerà in una certa misura anche la ‘metafisica’ carceraria imperante entro gli attuali totalitarismi (e non solo). I detenuti in carne e ossa, in contesti simili, sono semplici variabili di un sistema imperniato, a prescindere dai fattori ideologici globali, sull’efficienza autotelica della macchina e della tecnica a lei connessa. Nei lager nazisti, quei disgraziati fungevano esclusivamente da ‘macchine da lavoro coatto’, mentre il loro ultimo brandello, per così dire contabile, d’umanità, corrispondeva a un marchio ‘distintivo’ tatuato sul braccio. Macchine al cui fondo è lecito individuare, almeno per tracce, una sorta di psiche malata dello spaziotempo.
3. Al suo arrivo ad Auschwitz, nel 1944, Primo Levi ha una prima sensazione, capitale, che servirà da filo conduttore in sostanza inalterato lungo tutto il romanzo. Se questo è un uomo. La sensazione è che il locus terribilis di detenzione – senza tener conto degli spostamenti interni al campo – finisca col ridursi, per contrazione spaziale perversa, a un locale grande e vuoto: “Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi”. Locale che troverà il suo doppio in un’angusta infermeria: “Un armadio, tre sgabelli, e la seggetta col secchio per i bisogni corporali. Il tutto in tre metri per cinque”. Indizio premonitorio della camera a gas, perché no?
Lo spazio, nel lager, è inoltre quello dell’attesa improduttiva, dove, senza concedere alcunché, il fattore tempo s’insedia: “Noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti”. Lo spazio, piccola cellula che si moltiplica senza tregua in metastasi, coincide col disorientanento estremo, quella Entfremdung che lascia intravedere la perdita della propria casa, l’angoscia del non-ritorno: “Ed è questo il ritornello che da tutti ci sentiamo ripetere: non siete più a casa, questo non è un sanatorio, di qui non si esce che per il Camino (cosa vorrà dire? Lo impareremo bene più tardi.)”.
4. Nel romanzo Il Castello, Franz Kafka costruisce un luogo innominabile, più metafisico che fisico, inaccessibile al protagonista lì giunto da lontano: l’”agrimensore” K., figura emblematica del nomade e dello straniero. Gli abitanti del villaggio operano al servizio di questo centro sovrano, seppur equivocando sulla natura dei propri ruoli e subendo quotidiani soprusi. Esso incarna lo spazio del Potere, di un potere onnipervasivo soffocato da una burocrazia tanto sterile quanto indecodificabile, che tuttavia s’impone, si ribalta da un funzionario all’altro, aggetta sul fuori, proiettando un’ombra grottesca, dotata tuttavia di un’apparente logica, sulla vita degli abitanti. Nonostante gli sforzi ripetuti - poco più di un avvicinamento asintotico all’oggetto del suo desiderio - il protagonista non riuscirà a varcare le mura dell’edificio.
“Questo villaggio appartiene al Castello, chi vi abita o vi pernotta, abita e pernotta, in certo modo, nel Castello. Nessuno ne ha il diritto senza il permesso del Conte. E lei questo permesso non ce l’ha, o almeno non non l’ha mostrato”. L’autore non ci informa - ma ricordiamo che il romanzo è incompiuto - se K. riuscirà a comprendere almeno di sbieco l’inanità della sua impresa. Al lettore non resta che immaginare con grande libertà, ovviando agli scarsi dettagli forniti da Kafka, la configurazione interna dell’enigmatico maniero, un vero e proprio labirinto mentale: nodo di locali concavi e convessi al contempo, groviglio di scale che nel salire scendono alla maniera di Escher, artista-scienziato ideatore di profili geometrici aberranti come in Piranesi.
Tale è in sostanza l’assonometria kafkiana del Potere legislatore, tale anche la pietra d’inciampo simbolica di molti romanzi contemporanei, uno fra tutti La scopa del sistema di David Foster Wallace.
5. Ci sono spazi di natura geopolitica privi di un Centro percepibile, o di frontiere che ne definiscano le coordinate, magari col supporto di fortezze in grado di difenderci. Il romanzo di Dino Buzzati Il deserto dei Tartari ruota intorno a tali spazi virtuali difettosi e indecifrabili. Ne farà esperienza, fin dalle prime pagine, il tenente Giovanni Drogo: “Il buio lo raggiunse ancora in cammino. La valle si era stretta e la Fortezza era scomparsa dietro le montagne incombenti. Non c’erano lumi, neppure voci di uccelli notturni, solo di tanto in tanto arrivava suono di acque lontane”. Lontane e sfocate, come il profilo della fortezza a malapena intravista.
6. È il mondo medesimo, con i suoi spazi supposti reali, a meritare la qualifica di entità fosca. Ciò, in particolare, quando l’individuo riconosce l’insufficienza del proprio sguardo. Così Philip K.Dick, nel libro Ubik: “Si sentì a un tratto come una falena impotente, che svolazza sui vetri della finestra della realtà, osservando dall’esterno un mondo sfocato”. E d’altronde, se lo si considera sul piano globale, “il mondo fenomenico non esiste: è un’ipostasi delle informazioni elaborate dalla Mente”. Questo ancora secondo lo scrittore Dick.
7. Vicenda relativa a riti religiosi sufi assai diffusi, che concerne la dicotomia immobilità/ movimento. Mentre in casi del genere lo spazio rimane fermo, secondo le convenzioni, al suo interno uno stuolo di dervisci rotanti si esibisce alla grande. Sarà questa l’occasione, per un’entità divina occulta, di inventare lo spaziotempo e il moto del cosmo?
8. Un’ipotizzabile terra-di mezzo è il mundus imaginalis, elaborato nell’Iran mazdeo e nell’Iran sciita. La premessa dello studioso Henri Corbin, in Corpo spirituale e Terra celeste, è che, attenendosi a questa concezione, la Terra va incontrata sotto forma di Angelo: “La percezione dell’Angelo della Terra si compirà in un universo intermedio che non è quello delle essenze considerate dalla filosofia, né quello dei dati sensibili su cui lavora la scienza positiva, ma un universo di Forme immaginali, il mundus imaginalis, sperimentate come altrettante presenze personali”. Per poi concludere: “Proprietà di tale forma immaginale sarà quella appunto di risolvere i dati sensibili nella purezza del mondo sottile, per restituirli in simboli da decifrare, e la cui cifra è la cifra stessa dell’anima”. In modo indiretto, l’autore sta evocando ciò che potremmo considerare l’estremo intervallo dotato di senso tra corpo e psiche, spazio e tempo. Estremo e forse già oltre il linguaggio.
9. Volgiamo ora lo sguardo allo spazio eterno, nell’ambito di un Cristianesimo interpretato genialmente da Dante Alighieri.
Nell’Inferno dantesco, la legge del contrappasso (le pene dei dannati sono comminate per analogia o contrasto rispetto al peccato) esprime, con forti impatti icastici, la giustizia divina. Operatori da non sottovalutare, in tale contesto di siti gravitanti intorno a un Centro supremo e invisibile, sono gli elementi primari convocati a fini punitivi: acqua, aria, fuoco (per Farinata degli Uberti, canto X, “città del foco” è l’inferno in sé) e terra, con l’effetto collaterale di infondere ulteriore dinamismo alla fenomenologia-coreografia del poema. Essi svolgono indubbiamente un ruolo attivo nella costituzione del lacaniano parlessere, vale a dire l’essere del dannato abitato dal linguaggio, e perciò umano alla pari dell’essere vivente.
Prendiamo in esame due soli episodi: il primo concerne il fuoco in rapporto con il fraudolento Ulisse. Ammirevole la facoltà dantesca di creare, in questa circostanza, una stringa poetica capace di descrivere per filo e per segno la genesi spaziotemporale dell’atto enunciativo ulissico, còlto nella sua apparente duplicità (fiamma-lingua): “Lo maggior corno della fiamma antica/ cominciò a crollarsi mormorando/ pur come quella cui vento affatica; / indi la cima qua e là menando, / come fosse la lingua che parlasse,/ gittò voce di fuori e disse:” (XXVI, 85-90). Se ne evince che elemento primario e parola formano qui un tutt’uno, nel senso appunto di uno spazio igneo temporalizzato.
Nel canto dei lussuriosi (il quinto) sarà invece “la bufera infernal” - ossia l’elemento aereo, in sé aggressivo - a creare i presupposti per ascoltare la parola di Francesca. Al vento che trascina gli amanti, tormentandoli, verrà infatti concessa una pausa, sufficiente perché il frastuono lasci il posto a una voce soave, evocatrice del persistente amore terreno della coppia: “Quali colombe dal disio chiamate, / con l’ali alzate e ferme al dolce nido/ vegnon per l’aere dal voler portate; / cotali uscir della schiera ov’è Dido,/ a noi venendo per l’aere maligno, / sì forte fu l’affettuoso grido”. Ridotto, di conseguenza, lo spazio a una sorta di ‘aureolato’ confessionale o parlatoio, ecco l’”aere maligno” di prima mutarsi in una dulcedo al servizio dell’imminente, appassionato dialogo della donna con Dante. Viaggiando nell’iperspazio del Paradiso verremo a sapere che Amore” muove il sole e le altre stelle”.
10. Del tutto arbitrario, diciamo pure irreale, in ogni modo farlocco come un increscioso incidente della memoria, è lo spazio eterno per Giorgio Manganelli, denominato Inferno in suo romanzo per mera comodità. Non si dimentichi che gli spazi oltremondani sono ormai divenuti, in buona parte della letteratura postmoderna, effimeri spazi ludici usa-e-getta, seppur forieri di indubbio godimento. Nel Crepuscolo degli idoli, Nietzsche affermava che, una volta collassata la metafisica platonico-cristiana, il mondo reale si sarebbe trasformato in favola. Che senso avrà allora oggigiorno distinguere una cosa vera da una falsa? E l’opera letteraria quale funzione svolgerà al proposito? Manganelli, come sappiamo, ha sempre sostenuto che la letteratura è menzogna. L’autore affronterà lungo il suo cammino giochi letterari irrituali, funambolici, decomponendo ambienti e personaggi fino all’inverosimile. Il suo obiettivo, di natura esplicitamente simulatoria, sarà nel libro citato quello di descrivere un regno evocante fantasiosi inferi:
“Un poco taccio; poi a me ripeto: ma, insomma, sono io morto? E se sì, giacché altrimenti non posso spiegare il mutamento del luogo, che significa, topograficamente, esser morto? Mi rammento di antiche dottrine, e di voci pazienti che mi diseducavano dall’amore di me stesso; gusto un frettoloso odio di me stesso; infine mi dico: certamente questo è l’inferno”.
11. Esser vivo o morto in senso ‘topografico’ è un quesito assai intrigante. A impostarlo in chiave artistica-antropologica ha provveduto Anselm Kiefer, forse il maggior investigatore odierno dell’eco-spazio. I mezzi impiegati per conferire visibilità agli insoliti scenari che il quesito suscita sono molteplici, dalla pittura a una serie di installazioni di vario genere. Avremo così un corpus di ‘ricostruzioni fisiche-metafisiche’ di luoghi esistenti o ancorati alla memoria che sfidano ogni norma estetica vigente. Più che dar vita a una tipologia spaziale declinata in modo eccentrico, lo straordinario atelier in progress di Kiefer getta le coordinate ideali per un ipotizzabile trans- o meta-spazio. Dove la sostanza spirituale o trascendente chiamata in causa si autoemana, ribolle dentro e al di fuori di confini prestabiliti. Massimo Recalcati osserva, riguardo all’estetica kieferiana: “La trascendenza, che rende discontinuo il piano di immanenza nel quale essa si manifesta, parla la lingua della materia”.
Alla base sta un lavoro creativo caratterizzato da una singolare combinatoria di elementi: “A Barjac ho collegato i cinquantadue edifici costruiti con dei tunnel sotterranei e ponti sospesi. L’idea era di distruggerli a livello mentale, di creare uno spazio virtualmente vuoto”. L’insieme è insomma destinato a comporsi e decomporsi all’infinito. L’opera di Kiefer, generata in gran parte da resti e rifiuti, corrisponde a un’iperbolica rovina- recante le stigmate di traumi postbellici inestinguibili - tesa a continue metamorfosi e a proiettarsi nel futuro. Un’opera sempre al bordo di buchi neri e al contempo rivolta a stati dell’essere illocalizzabili, seppur tendenzialmente ascensionali. A riprova, i Sette Palazzi Celesti dell’HangarPirelli Bicocca ispirati all’archetipo della Torre, all’alchimia e all’esoterismo ebraico. Torri miranti al cielo, eppure fin dall’inizio predisposte al crollo, all’annientamento. Una profezia apofatica, quella del nostro artista? La migliore risposta sta nel titolo di un monumentale ingranaggio da lui installato nel 2003: Steigend, steigend, sinke nieder (Salendo, salendo, affonda nell’abisso).
12. Non dobbiamo ritenerlo solo un incantevole divertissement, quello che Jorge Luis Borges risolveva in parabola nel breve testo Del rigore della scienza, poi ripreso in L’artefice. Ecco la storia. Un collegio di cartografi fin troppo scrupoloso, al servizio di un remoto impero, riuscì a produrre una mappa che aveva le stesse dimensioni dell’impero, ma le generazioni successive sospettarono che una mappa del genere potesse rivelarsi inservibile.
“Non senza Empietà la abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degl’Inverni. Nei deserti dell’Ovest rimangono lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il Paese non è altra reliquia delle Discipline Geografiche”. Come suonano ironiche e beffarde, qui, le lettere maiuscole! Ma un giorno risulterà inservibile anche l’attuale mappa digitale che avvolge il pianeta come una gigantesca ragnatela? Si tratta di uno spazio ‘inaggirabile’ destinato forse anch’esso a scomparire, similmente alla tour d’Aquitaine abolie nella poesia di Gérard Nerval.
13. I luoghi sacri sopravvivono, oggi, o si sono trasformati, nella quasi totalità, in immani e alla fin dei conti malinconici parcheggi turistici? Retrocediamo nel tempo, senza soffermarci, magari per obbligo culturale, su Delfi o sulle chiese paleocristiane. Poniamo mente invece a quell’enigmatico monumento megalitico situato nell’Inghilterra sud-occidentale chiamato Stonehenge, forse l’archetipo di ogni zona riservata dall’uomo all’appello dell’Oltre. Questa serie ordinata di pietre sembra ancora suggestionare, seppur sottotraccia, l’immaginario occidentale, quasi in seguito un’occulta sublimazione mnesico-onirica. A una sorta di onirismo nostalgico rischia di ridursi a sua volta quel ‘piccolo tetto del mondo’ che è l’Engadina, elevata al massimo livello simbolico da Friedrich Nietzsche.
Il fantasma del sacro non smette, comunque stiano le cose, di aggirarsi tra chiese e conventi. Potrebbe, al limite, assumere sembianze di anti-Messa, ovvero di una Messa celebrata tramite un plateale atto di negazione che la capovolge. Làszló Krasznahorkai, nel romanzo Avanti va il mondo (2025, ed. italiana) ci propone ampi spezzoni di questo rito irrituale sui generis. Eccone uno tra i più significativi: “Non accettare, nostro Signore, i doni di questa tua amara congregazione, perché in questa casa santificata il Tuo popolo non ha ottenuto la salvezza eterna attraverso i misteri […] Ora ci ritiriamo tristemente da questo tempio di preghiera, e così questo tempio diventerà la casa della salvezza non raggiunta e il luogo dei sacramenti celesti per sempre inaccessibili”.
14. Nella sua opera matura, il poeta Giorgio Caproni elabora spazi di primo acchito antinomici, ma in realtà tra loro solidali. Sono i territori incrociati del medesimo e dell’altro, o se vogliamo della presenza e dell’assenza, dove la funzione-dogana o frontiera detiene valore paradigmatico: un paradigma incentrato sulla coincidenza assoluta e paradossale tra due istanze opposte:” Quello che tu, mio vecchio, / scorgi oltre frontiera, è quanto è qua.// La barriera/ non te n’accorgi? – è uno specchio”. Spazio e tempo, chiamati a confrontarsi sul piano ontologico, finiranno inesorabilmente col dissolversi, precipitare nell’ordine del non-sapere: “Quando non sarò più in nessun dove/ e in nessun quando, dove/ sarò, e in che quando?” Dietro le quinte, una volta decostruita qualsiasi modalità spaziotemporale tràdita, ravvisiamo lo spettro del nulla.
15. Lo spazio oscuro e inquietante delle grotte preistoriche richiude un atto fondativo: l’incontro dell’essere umano con il sesso e l’animalità. Se si vuole, un’ampia rappresentazione ante litteram, per usare termini lacaniani, della ‘fase dello specchio’ relativa all’homo sapiens. Il faccia a faccia con l’‘altro-animale’ può venir letto in ogni modo come la remota epitome del processo di autoidentificazione-ominazione entro uno spazio biogenetico comune. Un percorso che, presagendo identità almeno parzialmente condivise, deve inoltre fare i conti con il polemos che lo insidia, ovvero l’aggressività a doppio senso (predativa e sessuale) del cacciare e dell’essere cacciati. Così a Lascaux o a Chauvet, in Francia.
A Chauvet, l’intrico per così dire pre-futuristico delle figure inscenate procura emozioni visive all’insegna di una vitalità sconvolgente. Oltre ad animali selvatici spaventosi, dal mammut al rinoceronte bicornuto, o al contrario per nulla inquietanti (come cervi, cavalli, bisonti) incontriamo raffigurazioni di creature ibride e simboli sessuali espliciti. Il culto della procreazione-fertilità – in virtù del dinamismo pittorico o incisorio nei tratti - emerge in ogni momento.
Scrive con acume la psicoanalista Julia Kristeva: “La grotta di Chauvet presenta una vulva gigante sormontata – o forse intenta a partorire – dalla testa di un bisonte: il visibile dell’invisibile, fascinazione/identificazione, attacco e presa. Grazie alla purezza dei colori e dei suoi tratti, il pittore-sciamano padroneggia con passione questa prima scena primitiva che i nostri antenati ci hanno lasciato. E solamente l’irresistibile corsa delle bestie selvagge cacciatrici/cacciate tradisce la pulsione soggiogata del cacciatore, che lui stesso è”. Dietro tale mescolarsi di pulsioni e affetti si avverte un “ricettacolo” primario, ossia la chora preverbale e presimbolica anteriore a ogni significato imposto al conoscere dalla ratio, come direbbe la stessa Kristeva mutuando il termine greco da Platone.
16. Nell’Infinito leopardiano, lo spazio è generato dallo sguardo. Ben oltre la siepe che “dell’ultimo orizzonte il guardo esclude” ci è data facoltà di immaginare iperspazi protesi verso l’infinito. Vorremmo concludere citando appunto alcuni arcinoti versi di Leopardi:
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura.
[…]
Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
Gilberto I s e l l a