opera nuova

La Rivista

Le stanze dell’anima

Il tema scelto per la rivista on-line del 2026 è quello dello spazio. Heidegger si interrogava, nel testo «L’arte e lo spazio», su come sperimentare ciò che è proprio dello spazio. Il filosofo si concentrava sul verbo “räumen”, che significa fare-spazio, liberare spazio, realizzare un’apertura, sgomberare delle stanze per l’abitare dell’uomo. Non si tratta dello spazio della fisica misurato scientificamente, ma della creazione di luoghi e di aperture dove sia possibile vivere e cogliere la verità delle cose e dell’esistenza. La trasformazione dello spazio in luoghi aperti dell’abitare è l’operazione culturale più alta dell’uomo.

Gilberto Isella, nel suo testo intitolato «Spazi rotanti», distilla dai possibili sensi dello spazio, fisici, metafisici, onirici, mentali, inconsci, l’attività continua di generare luoghi che svela l’inscindibile connubio di spazio e tempo. La connotazione “rotante” degli spazi-territori, come li chiama l’autore, ci immerge nelle tumultuose correnti che animano i luoghi e le epoche. Correnti che sono «forze che hanno a che fare con i rituali devastatori della storia e del tempo in quanto tali». Isella, nel suo percorso poetico a cavallo di forze rotanti che permeano la grande letteratura e la sua poetica, a un certo punto è intrappolato in sedici incisioni, quelle celebri Carceri d’invenzione di Giovanni Battista Piranesi. Sono luoghi come gabbie, spazi separati. La scrittura creativa ci fa in questo modo percorrere un labirinto inteso come «un groviglio di prospettive anarchiche e disorientanti». Lasciamo scoprire al lettore i luoghi letterari ed artistici incontrati, descritti, rinarrati da Isella con il suo noto e apprezzatissimo acume che sul finale ci fa naufragare insieme a Leopardi.

Chiara Cauzzi, nel suo testo intitolato «Spazi fisici e digitali a confronto», ci conduce in un mondo visivo, reale quanto virtuale, in un'abitazione fatta di stanze. L’autrice narra il modo di valorizzare il Fondo Dionisotti che dalla dimora inglese del celebre filologo e critico letterario è giunto alla Biblioteca universitaria di Lugano nel 2014. Le pagine dei libri del fondo sono segnate dall’azione di Carlo Dionisotti che usa fare le sue note con la punteggiatura, intervenendo concretamente in tal modo sullo spazio della pagina. Cauzzi ci descrive la valorizzazione di tale fondo attraverso esposizioni fisiche e virtuali, in un percorso che riempie lo spazio libero di una serie di “stanze”. Stanze nelle quali incontriamo scrittori, personaggi, luoghi e anche paesaggi ticinesi amati e vissuti da Dionisotti. Spazi virtuali e reali, spazi della pagina e dei paesaggi che si intersecano in modo complementare.

Jean-Marie Reynier, intitola il discorso introduttivo alla sua esposizione a Casa Pessina a Ligornetto nel mese di maggio 2026, «Scappato di casa». Ancora una volta sono evocate esperienze visive. Reynier legge il suo percorso esistenziale come «Creare casa e scappare. Scappare e creare casa». L’espressione «scappare di casa» evoca una traduzione inaspettata del professor Giovanni Salmeri dell’Università Tor Torvergata di Roma, del primo versetto della Bibbia, che a noi suona «In principio Dio creò il cielo e la terra (Genesi 1:1)». Salmeri in un intervento in un convegno a Villa Helleneum a Lugano, nel 2002 argomentò in modo convincente la traduzione del versetto: «E Dio uscì di casa». Per Reynier il continuo uscire di casa, lasciando così un vuoto, è condotto dall’intento di «cercare una stanza che assomigli a qualcosa che abbiamo perso troppo presto», alla ricerca di abitare noi stessi e divenire gli elementi che ci fanno divenire mare, scoglio, spiaggia, sul confine tra esserci e nulla. La sua esposizione di fotografie e il testo qui proposto interpretano «piccole stanze per ciò che scompare».

Myriam Lucia Di Marco nel suo testo intitolato «Lo spazio come confine» ci porta al limite. Come nelle carceri di Piranesi evocate da Isella siamo prigionieri (o liberi) e «incastrati nel nostro proprio “io”». Spazio paradossale dato che tale limite contiene l’infinito. Cartesio viene in tal modo evocato come pure Merleau-Ponty sulla relazione col mondo e con noi stessi attraverso il tatto. La percezione tattile manifesta il più proprio di noi stessi, il limite dello spazio-territorio che è il nostro corpo, la nostra prima casa, dalla quale spesso, come dice Reynier, vogliamo scappare. Migrare che porta in altri confini, diversi, estranei, che conducono a smarrirsi e a cercare di organizzare altri confini, come accade in ogni conflitto, in ogni guerra, e Di Marco ci narra anche di tale esperienza vissuta.

Rodolfo Cère ci vuole far vedere una poesia spazio-poetica (come non ricordare Apollinaire?). Nel suo testo intitolato «La generazione d’una poesia genererà generazioni senza poesia?” ci porta nello spazio virtuale, di una traduzione binaria, formata dal codice utilizzato dai computer, degli 1 e degli 0, una scrittura generata artificialmente. Il testo alfabetico è incarcerato, compresso in una sequenza numerica, stringhe ormai senza più che frammenti di frasi. Testo alfabetico quasi ridotto a note a margine alla pagina come faceva Dionisotti. Senza più poesia. Le stringhe di testi alfabetici e numerici si aggrovigliano tra loro come nel labirinto del carcere di Piranesi. Già di carcere, di confine, di limite si tratta: la pagina come gabbia. Come stanze vuote dalle quali si vorrebbe scappare, con una poesia «che sia lanciata lungo ignoti percorsi1 intertestuali 110101 10101010101001010verso101 una soluzione». Dell’uomo forse restano solo scorie?

Maria Luisa Domeniconi, nel suo approccio allo spazio, vola come un gabbiano sul fildaqua (citando Rodari), a filo del tempo e dello spazio. In quel filo tempo e spazio si sovrappongono e si stratificano divenendo tutt’uno, acqua rocciosa, linee quadrate, quadrati rotondi. Il percorso nello spazio, quello che vale, preziosa collana di perle d’acqua, è quello che ritorna, rincasa ad Ithaca. Reynier scappa di casa per cercare una stanza che assomigli a qualcosa di perduto, e il ritorno ad Ithaca non è forse lo stesso? «Isola nomade che segue i nostri passi. Il Viaggio, il premio».

Letizia Pampana ci parla di altre stanze, quelle del teatro. Se Dio esce di casa e lascia il vuoto, ecco che il teatro lo riempie ad imitazione della natura: Natura abhorret a vacuo. Pampana ci apre intriganti scenari sull’evoluzione dello spazio teatrale, come il Teatro Mediceo di Bernardo Buontalenti, discepolo di Giorgio Vasari e maestro del giovane Francesco de’ Medici. È preso di petto il concetto di spazio moderno, quello oggettivante della prospettiva geometrica, che mette in scena l’illusione prospettica come fosse un personaggio (come non citare il Teatro Olimpico di Palladio?). Uno dei limiti dello spazio rinascimentale è che il tempo è congelato (come segnalano le ombre sui dipinti), lo spazio è una costruzione di un occhio che vede una scena in un reciso istante. Nello spazio illusionistico di Buontalenti questo limite si trasforma in virtù e gli “intermezzi” diventano più importanti delle narrazioni. Azioni sceniche che riempiono gli intervalli. Intervalli di tempo che aggiustano lo spazio angusto dell’illusione prospettica. Tempo e spazio, anche qui, si aggrovigliano nel labirinto.

Alessia Blum scrive a quattro mani con Emilia Ciardi. Il titolo del loro contributo è «SPACEBAR_». La tastiera binaria di Cerè qui scandisce in altri modi il groviglio di spazio e tempo, senza mirare ad Ithaca: «Trascinami nella tua danza e non promettermi ritorno». Testo che comprime l’io al limite; al confine, tra respiro e terra, in una bruma di vapore che dimentica la forma. Compaiono anche qui le scorie, restano solo scarti? Nell’abisso del vuoto senza forma, cicli do…while senza uscita alcuna se non forse un antidepressivo o del dolce sapore di un cocco della Coop?
Cecilia Benassi ha intitolato il suo testo «BEING SPACED». «In questa ora di frontiera spesso attendo di sparire chiudere la mente spegnere la luce». Nell’essere spaziati noi stessi, come le tante stanze raccontate in questo numero della rivista, dal palcoscenico al carcere, sempre sul fildaqua, ci scopriamo ancor più limite e frontiera, con la paura di stare vuoti dentro e aperti, esposti al vento e al freddo. Se Dio ha lasciato la casa, questo vuoto è la nostra casa? E noi andiamo «faccia a faccia con la tigre che ci si annidia dentro». Le parole scavano e lavano e scagliano. Le sillabe di Benassi che piovono sulla pagina accendono molte immagini. Spazi rotanti e tempo, acqua e roccia, si infrangono: «A heap of broken images, but loved».

Forse, parafrasando Wittgenstein, su ciò di cui non si può parlare, si può ancora far vedere?

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